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(ciechi)
LA STORIA
LESBICA IN ITALIA
Per quanto riguarda la storia lesbica e
gay, in Italia la cultura e le tradizioni popolari sono un campo di studio
inesplorato che puáoá riservare molte sorprese. Sappiamo qualcosa delle lesbiche
celebri, aristocratiche od artiste appartenenti ad una determinata classe
sociale perchè hanno potuto lasciare documenti scritti, e conosciamo le
descrizioni delle "invertite" ricoverate in manicomio grazie al fatto che gli
psichiatri ne descrissero i casi clinici.
Ma non sappiamo quasi nulla delle
esperienze e della vita sessuale e affettiva della stragrande maggioranza delle
donne, in particolare di quelle che vivevano lontane dalle città, appartenevano
a comunità contadine, agrarie e pastorali e non avevano accesso alla scrittura.
La loro storia può essere invece, almeno in parte, recuperata con lo studio
delle tradizioni orali: credenze, valori e atteggiamenti morali venivano diffusi
e trasmessi di generazione in generazione attraverso canti, proverbi, riti
magici, favole, ecc.
Possiamo così scoprire che in comunità
relativamente isolate dalla cultura dominante i rapporti sessuali tra donne
erano considerati comuni, e che potevano anche essere accettati grazie ad una
strategia che considerava questa (ed altre) trasgressioni come dovute a strani
accadimenti o a malie, che in qualche modo giustificavano la donna che ne era
oggetto, e ne impedivano la condanna totale.
Giovanni de Giacomo
[1] nel 1889 ascoltò da Teresa Sarsale,
anziana vedova di un ricco pastore (che cioè possedeva greggi proprie), nata a
Cerchiara in provincia di Cosenza, alcuni canti erotici delle comunità pastorali
del basso Pollino, un massiccio montuoso ai confini della Basilicata.
In essi si afferma il primato
dell'appagamento fisico rispetto alla tensione del desiderio, e si rispecchiano
norme diverse da quelle esistenti nella cultura dominante, messe in parola e
socializzate dalle donne. Questa letteratura erotica femminile fortemente
trasgressiva fece sicuramente parte della cultura delle donne che ascoltarono i
canti e li tramandarono, ma per sopravvivere attraverso generazioni essa dovette
godere anche del consenso della comunità (che altrimenti l'avrebbe censurata o
cancellata) fino quasi ai giorni nostri, quando fu "interamente distrutta quasi
senza essere stata notata".
Leggendo questi testi si può rilevare che
le donne anziane ritenevano la sessualità un loro diritto, e la praticavano in
tutti i modi possibili, dai rapporti con uomini, adolescenti e donne, alla
masturbazione e ai rapporti con gli animali. Ed erano loro, le anziane, a
trasmettere i principi della morale sessuale e ad avere una conoscenza
approfondita delle tecniche sessuali, che controllavano anche tramite pratiche
magiche.
Una ragazza sarebbe stata destinata ad
amare le donne se il suo primo sangue mestruale non fosse stato mescolato al
becchime e fatto mangiare alle galline, e se in seguito un galletto non avesse
beccato dei chicchi di grano posti sul pube della giovane. Nello sfortunato
caso: "chi fuocu ardenti, fimmini ccu fimmini! chi furori!" (che fuoco
ardente donna con donna! che furore!).
Un rapporto sessuale tra donne, seppure
ingannevole e strumentale al matrimonio, fa calmare la collera di Dio suscitata
da un rapporto eterosessuale prematrimoniale. Una ragazza poteva infatti
riacquistare la verginità perduta, ma per ottenere che il marito "trove chiusa
la porta ch'è stata aperta e la collira di Dio è carmata", doveva penetrare col
pollice della mano destra un'amica ancora vergine, e raccoglierne il sangue in
una pezzuola.
Il curatore del libro in cui è riportato
questo rito ci rassicura dicendoci che l'amica troverà poi modo di vendicarsi
della malvagia che per salvare sè stessa le ha fatto perdere la verginità, e
descrive una scena di seduzione in cui è evidente la partecipazione erotica di
entrambe le donne: la prescelta "folle, accecata, dimentica delle parole di
avvertimento della mamma [!], perduto ogni pudore, eccola nelle braccia di lei,
sotto il nudo convulso petto" mentre la mano dell'altra "dapprima lieve
come fiocco di neve, diventa nel momento opportuno, quando cominciano a scorrere
brividi nelle ossa ed un fremito corre nelle carni, forte e crudele..."
L'esistenza di rapporti sessuali tra donne
era quindi ben nota anche sui monti più isolati della Calabria del 1850-1890,
dove le leggi civili e religiose che li condannavano non erano un deterrente
sufficiente. E su queste montagne abitavano anche dei singolari personaggi, le "sbraie",
che a noi appaiono come la versione montana e selvaggia delle "lesbiche
maschili".
Queste donne eccezionali, che non avevano
rapporti sessuali con uomini, erano infatti:
"alte, secche, tutte nervi, forti 'cumi Luciferu'; giovani querce con pochi rami e poche foglie; la voce grossa di maschio, gli occhi che incantano, la bocca che ha parole senza sorriso; pochissimi e ispidi capelli sulla testa; bassa la fronte; le carni brune e senza mammelle... Molte donne sono destinate a mettere sotto, ad esse istigando sfrenate passioni. Una notte ed un giorno, per quanto fossero lunghe le ore, non basterebbero al loro amplesso furente, mai soddisfatto".
Il loro destino era stato deciso alla
nascita, quando erano cadute battendo la testa, e la placenta nella quale erano
avvolte era stata mangiata da un gatto e da un cane. Vengono maledette: "le
sbraie vicini e luntani... chi moranu accisi!", ma erano utili alla
comunità, perchè il sangue raggrumato che si diceva producessero dopo il
rapporto sessuale aveva la proprietà di guarire convulsioni e malattie di nervi:
"sangu acquagghiatu di zitella sbraiata da malanni e matruni t'ha sarvatu"
(il sangue cagliato di vergine sbraiata ti ha salvato da malanni e isterismo).
Potevano anche guarire "'u mali asciuttu",
grave malattia che colpiva gli organi genitali delle donne, attraverso una
curiosa procedura: la "sbraia" e la malata, entrambe nude e in stretto contatto
pube contro pube, dovevano rimanere insieme a letto per otto giorni, bevendo
latte, e mangiando peperoni 'brucenti'. Il liquido non meglio identificato
emesso dalla "sbraia" in questa occasione faceva guarire l'inferma: "è
simenta fuornici sbraiata, è acqua chi sane e chi ristore, è iazzu chi stute lu
furori, è fuocu chi l'acqua ti addissicche; biniditta chini l'ha criata,
biniditta 'a donna chi la tene" (è seme di sbraia, è acqua che sana e che
ristora, è gelo che spenge i furori, è fuoco che l'acqua dissecca; benedetta chi
l'ha creata, benedetta la donna che ce l'ha).
I sessuologi avrebbero potuto facilmente
classificare le "sbraie" come "invertite", ma in quel periodo queste definizioni
ancora non esistevano, e comunque le isolate comunità di montagna delle quali
queste donne facevano parte le avrebbero ignorate. Questo è un caso dove donne
che hanno rapporti sessuali con altre donne vengono percepite come un gruppo di
individui con caratteristiche proprie, che meritano un nome particolare e alle
quali dunque viene attribuita una specifica identità, quella di "sbraia".
Qui la distinzione corre non tra pratiche
sessuali (come abbiamo visto anche donne "normali" potevano avere rapporti
sessuali con altre donne), ma tra persone con un persistente e determinato
orientamento sessuale, considerato una categoria specifica della loro
esperienza.
Le "sbraie" sono quindi un esempio di
come, contrariamente a quanto affermato dalla corrente "invenzionistica" o
"nominalistica" della storiografia gay e lesbica, una diversa specie di
individui caratterizzati dalla trasgressione di genere e dal comportamento
omosessuale (nel nostro caso quella delle protolesbiche calabresi), era
già esistente e riconosciuta prima che ciò venisse stabilito dagli scienziati
alla fine del 1800.
Nerina Milletti,1994. "Calavrisella
mia, facimmu 'amuri? La storia delle lesbiche contadine italiane attraverso le
tradizioni orali", in: Quir: mensile fiorentino di cultura e vita lesbica e
gay, e non solo..., 11: 23-26; successivamente ripubblicato su Babilonia.